Settembre 2026.
Abbiamo appena lasciato alle spalle un’estate difficile da dimenticare. Caldo estremo, ondate di calore, incendi, siccità, campi in difficoltà, mare eccezionalmente caldo. Per molte persone il caldo non è stato più soltanto qualcosa da sopportare: è diventato qualcosa da cui difendersi. Persiane abbassate durante il giorno, aria condizionata accesa, uscire soltanto nelle ore più fresche. Per chi lavora all’aperto, per gli agricoltori e per le persone più vulnerabili il problema è stato ancora più concreto. E mentre cercavamo di stare al fresco, in molte zone il caldo e la siccità mettevano sotto pressione coltivazioni, ecosistemi e risorse idriche, mentre gli incendi aggiungevano un’altra dimensione alla crisi.
È facile pensare che sia stata semplicemente una brutta estate. Ma non è così. Il clima della Terra sta cambiando e la causa principale è conosciuta da decenni: bruciamo carbone, petrolio e gas per produrre energia, emettendo grandi quantità di gas serra, soprattutto CO₂. Questi gas aumentano la quantità di energia trattenuta dal sistema climatico e provocano il riscaldamento globale. Non è una questione di opinioni: è fisica.
E un pianeta più caldo non significa semplicemente che ogni giornata sarà più calda. Significa cambiare le condizioni di partenza del sistema climatico, aumentando la probabilità e, in molti casi, l’intensità di eventi estremi come le ondate di calore e modificando il ciclo dell’acqua, gli ecosistemi e le condizioni dell’agricoltura.
L’estate 2026 ci ha dato un esempio concreto. Agosto 2026 è stato il mese di agosto più caldo mai registrato a livello globale. Anche in Europa l’estate è stata eccezionalmente calda e l’Europa occidentale ha registrato la propria estate più calda della serie storica. Non è quindi soltanto una sensazione: il caldo che abbiamo percepito si inserisce in una tendenza reale.
Nel 2015 quasi tutti i Paesi del mondo hanno sottoscritto l’Accordo di Parigi, impegnandosi a mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli preindustriali e a proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5 °C. Quel numero non è una soglia magica: non significa che a 1,49 °C il mondo sia sicuro e a 1,51 °C improvvisamente condannato. È un riferimento costruito sulla base della scienza climatica, perché più aumenta la temperatura globale, più aumenta l’energia termica sulla superficie del pianeta, più aumentano i rischi e i danni. E ogni frazione di grado conta.
Il problema è che le emissioni non stanno diminuendo abbastanza rapidamente. Secondo l’ultimo Emissions Gap Report dell’UNEP, con le politiche attualmente in vigore la traiettoria sarebbe compatibile con circa 2,8 °C di riscaldamento entro la fine del secolo. Anche se tutti gli impegni climatici nazionali annunciati venissero pienamente rispettati, la stima sarebbe comunque di circa 2,3–2,5 °C. Per una traiettoria compatibile con 1,5 °C, le emissioni globali annuali nel 2035 dovrebbero essere circa il 55% inferiori rispetto al 2019.
Questi numeri non sono una profezia. Sono scenari basati sulle politiche e sugli impegni attuali. Ma raccontano una cosa semplice: non siamo sulla traiettoria necessaria per limitare il riscaldamento a 1,5 °C. E non stiamo parlando di migliorare qualcosa di qualche punto percentuale. Stiamo parlando di una trasformazione molto rapida del sistema energetico ed economico.
E il problema non è soltanto quello che abbiamo appena vissuto. Il cambiamento climatico sta già trasformando il nostro clima e i suoi effetti diventano sempre più evidenti.
Sta arrivando El Niño. El Niño è una fase naturale del sistema climatico in cui le acque superficiali del Pacifico tropicale centrale e orientale diventano insolitamente calde. Questo modifica la circolazione atmosferica e redistribuisce il calore e l’umidità, influenzando temperature e precipitazioni in molte regioni del mondo.
El Niño non è causato dal cambiamento climatico: è un fenomeno naturale che si sovrappone a un pianeta che abbiamo già riscaldato. Ma oggi agisce su un sistema climatico già alterato dall'accumulo di gas serra. Un El Niño molto intenso può spingere ulteriormente verso l’alto le temperature globali e aumentare il rischio di alcuni eventi estremi, tra cui ondate di calore, siccità e precipitazioni intense. Gli effetti cambiano da una regione all'altra e non tutti gli eventi estremi sono riconducibili a El Niño.
Le previsioni indicano che l'attuale episodio potrebbe essere particolarmente intenso e influenzare il clima nei prossimi mesi, fino al 2027. Potremmo quindi assistere a nuovi record di temperatura e a un ulteriore aumento dei rischi climatici. Non possiamo prevedere con certezza dove e quando si verificheranno gli eventi più estremi, ma sappiamo che un pianeta più caldo rende alcuni di questi rischi più elevati.
E caldo significa molto più che disagio.
Significa stress termico per le persone, maggiore domanda di elettricità per il raffrescamento e pressione sulle reti energetiche. Significa maggiore evaporazione, stress idrico e condizioni più difficili per colture, bestiame ed ecosistemi. Significa che la crisi climatica può trasformarsi anche in una crisi agricola e alimentare, con conseguenze sui raccolti, sui prezzi e sulla sicurezza degli approvvigionamenti. Gli impatti non saranno uguali ovunque: dipenderanno dalle condizioni locali, dalla vulnerabilità dei territori e da altri fattori climatici ed economici.
El Niño finirà. Il riscaldamento globale no. Secondo le previsioni, El Niño potrebbe far aumentare ulteriormente la temperatura media globale, avvicinandola temporaneamente alla soglia dei +2 °C rispetto all'era preindustriale.
Possiamo considerarlo un assaggio di alcuni degli scenari climatici che potremmo trovarci ad affrontare se il riscaldamento globale raggiungesse stabilmente quel livello, potenzialmente già a metà della prossima decade. Non significa che vivremo già tutte le condizioni di un mondo a +2 °C, ma che potremmo sperimentare un ulteriore picco di temperatura su un pianeta già profondamente riscaldato.
El Niño è un fenomeno ciclico e transitorio: quando la sua influenza si attenuerà, anche la temperatura media globale potrà scendere rispetto al picco raggiunto. Ma non tornerà necessariamente al livello precedente.
Dopo El Niño può arrivare La Niña, la fase opposta dell'oscillazione climatica del Pacifico, caratterizzata da temperature superficiali del mare più basse del normale in alcune aree tropicali. Queste fasi possono influenzare la temperatura media globale, facendola salire o scendere temporaneamente. Ma non funzionano come un interruttore che annulla il riscaldamento accumulato.
Possiamo immaginare la temperatura globale come una linea che oscilla: El Niño può spingerla verso l'alto, mentre La Niña può contribuire a farla scendere per un periodo. Ma, finché continuiamo ad accumulare gas serra nell'atmosfera, la tendenza di fondo resta al rialzo. Una fase La Niña non cancella il riscaldamento causato dalle attività umane, e non è detto che segua ogni El Niño.
Per questo, quando l'effetto temporaneo di El Niño si attenuerà, non torneremo necessariamente alla situazione precedente. La temperatura globale potrà diminuire rispetto al picco, ma resterà condizionata dal riscaldamento di fondo. E ogni ulteriore aumento ci avvicina a soglie di riscaldamento sempre più pericolose, con rischi crescenti per le società e gli ecosistemi.
Non possiamo impedire a El Niño di verificarsi. Possiamo però agire sulla causa del riscaldamento globale: ridurre rapidamente le emissioni di gas serra e prepararci agli impatti che non possiamo più evitare.
Il problema più grande arriva dopo.
Ogni decennio in cui continuiamo a riscaldare il pianeta sposta più in alto la temperatura di fondo. E su questa nuova base continueranno a verificarsi le oscillazioni naturali del clima: altri El Niño, altre ondate di calore, altre siccità, altre tempeste.
Gli estremi possono diventare più frequenti e più intensi. Il caldo può diventare incompatibile con il lavoro all'aperto in alcune condizioni. Le città possono diventare sempre più dipendenti dal raffrescamento proprio mentre le ondate di calore fanno crescere la domanda di elettricità. Le infrastrutture vengono sottoposte a stress maggiori. Agricoltura ed ecosistemi devono affrontare contemporaneamente caldo e scarsità d'acqua.
E quando il caldo supera determinate soglie, il problema non è più soltanto economico o ambientale: diventa una questione di abitabilità.
Non significa che intere regioni diventeranno improvvisamente "inabitabili". Significa che alcune condizioni climatiche possono diventare incompatibili con la sicurezza e la salute umana senza sistemi di raffrescamento, acqua e infrastrutture adeguate. E questo rende la dipendenza dall'energia ancora maggiore proprio nel momento in cui la rete può essere sottoposta ai picchi di domanda più forti.
Lo stesso vale per gli ecosistemi. Gli alberi hanno limiti fisiologici al caldo e alla disponibilità d'acqua. Se lo stress termico e idrico diventa troppo intenso e prolungato, aumenta il rischio di mortalità forestale e di perdita di ecosistemi. La perdita di vegetazione riduce a sua volta la capacità degli ecosistemi di assorbire carbonio e può aggravare alcuni processi di degrado del territorio.
È così che il cambiamento climatico può trasformarsi in una serie di crisi che si alimentano l'una con l'altra: caldo, acqua, agricoltura, energia, ecosistemi, economia.
E non stiamo parlando necessariamente di uno scenario lontanissimo.
Con le politiche attuali, l'UNEP stima una traiettoria di circa +2,8 °C entro la fine del secolo; anche con la piena attuazione degli impegni climatici nazionali oggi dichiarati, la stima rimane a +2,3–2,5 °C.
Questi numeri non descrivono un destino inevitabile. Descrivono dove stiamo andando se continuiamo lungo la traiettoria attuale.
Ed è proprio questo il punto. Non sappiamo esattamente quale sarà il mondo a +3 °C.
Ma sappiamo già abbastanza per capire che sarebbe un mondo molto più difficile da abitare, molto più costoso da mantenere e molto più pericoloso per milioni di persone e per gli ecosistemi.
E soprattutto sappiamo una cosa: non siamo obbligati ad arrivarci.
Ma per cambiare traiettoria dobbiamo farlo rapidamente.